Torna alla pagina precedente...

Testimonianza di Giuseppe

Mi chiamo Giuseppe. Sono sposato con Francesca, abbiamo tre figli. Sono maresciallo dell’aeronautica. Sono il coordinatore del Gruppo del Rinnovamento nello Spirito di Lampedusa. Sì, vengo da Lampedusa, porta meridionale dell’Italia e dell’Europa; una piccola isola che genera speranza per ogni vita disperata. Noi lampedusani siamo gente che vive di mare e di turismo; ma fra noi sono anche tanti, semplici discepoli di Cristo, desiderosi di testimoniare con la propria vita il Vangelo della speranza.
Assistiamo, spesso impotenti, al dolore di migliaia di esseri umani che scappano da ogni angolo del terzo mondo, spinti dalla fame, dalla miseria, dallo sfruttamento, dalle guerre civili, in cerca di un’oasi di libertà e di pace. Giungo direttamente da Lampedusa. Ho lasciato la scena dell’ennesima carneficina di bambini, donne e uomini indifesi che si è appena consumata dinanzi al mondo intero. Ancora una volta ci siamo ritrovati al centro della storia; ancora una volta protagonisti di una pagina di cronaca nera; ancora una volta spettatori di tanta indignazione istituzionale, di governanti che promettono e non mantengono. In tutti questi anni, negli ultimi in modo particolare - ricordo che solo nel 2011 i morti in mare accertati sono stati più di 1.600 - a noi della comunità di Lampedusa e del Gruppo del Rinnovamento “Nostra Signora di Porto Salvo” la Provvidenza divina ha fatto dono di sperimentare proprio nella prova la forza della Parola di Dio, che è verità contro ogni menzogna che offende e umilia la dignità dell’uomo.
“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato; ero carcerato e siete venuti a trovarmi. In verità vi dico: tutto quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”.
Sono parole di nostro Signore. Ben note a tutti. Ma farne esperienza ogni giorno, anzi giorno e notte, è stato per me, per la mia famiglia, per tanti lampedusani una grazia grande, oso dire un privilegio, nonostante i rischi, le paure, le rinunzie grandi e continue che dobbiamo esperimentare per essere obbedienti alla Verità di Dio, per non dire e dare falsa testimonianza a chi ci guarda.
Ad ogni sbarco abbiamo dinanzi a noi uomini e donne bagnati, affamati, disidratati, disperati, malati, moribondi. Quante ferite nel corpo, nel cuore e nello spirito ci tocca fasciare e benedire. Ferite profonde che spesso rimangono non curate. E mentre altri vanno alla ricerca di definizioni per classificarli - “rifugiati”, “clandestini”, “immigrati” - noi abbiamo preferito chiamarli semplicemente “fratelli”, membri dell’unica e sola famiglia dei figli di Dio.
Le nostre case assai spesso si trasformano in piccole mense, in cenacoli di preghiera, in dimore amiche, specie quando gli aiuti di stato e delle organizzazioni umanitarie sono insufficienti e occorre allestire i primi soccorsi e offrire pasti e bevande calde. I nostri armadi poi si svuotano di vestiti, ma allo stesso tempo le nostre vite si riempiono di grazia e di benedizioni del Signore.
Papa Francesco durante la visita dell’8 Luglio scorso a Lampedusa, ha gridato contro la globalizzazione dell’indifferenza e l’amnesia del cuore. Noi per primi, lampedusani, siamo chiamati ad essere segno ed esempio buoni per vincere questa sfida, insieme a tanti altri uomini di buona volontà, credenti e non credenti, a Lampedusa e nelle tante “Lampedusa” che ci sono intorno a noi.
Siamo certi di avere già un posto nelle vostre preghiere. Grazie, ma vi chiediamo di farlo ancora di più. Una verità in fondo ci anima e ci unisce: Dio crede sempre in noi, si fida di noi, ha bisogno di noi, seppure noi spesso non crediamo in Lui e in noi stessi. Vogliamo testimoniare questa verità e non vogliamo tacere che Dio è amore!