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Intervento card. Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze

 

 Non dire falsa testimonianza

         «Non dire falsa testimonianza», recita il decalogo secondo la formula catechistica. La radice di questa formula, lo sappiamo, sta in due testi dell’Antico Testamento, dove è presentata come una delle dieci parole che Dio affida a Mosè perché siano luce sul cammino del popolo (Es 20,16; Dt 5,20). Ora, sia nel libro dell’Esodo che in quello del Deuteronomio, l’espressione è un po’ più articolata: «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo». Il contesto del divieto è chiaramente quello di un giudizio, di un tribunale, in cui manomettere la verità può nuocere alla vita del fratello, del prossimo.

         Lo ricordo, non per delimitare la portata del comandamento. Al contrario, alla luce della parola biblica siamo aiutati a comprendere che in ogni rapporto con la verità è in gioco la vita dei fratelli e che la struttura giudiziaria è una delle trame più rivelative delle nostre relazioni. Dio stesso quando vuole portare a verità i suoi rapporti con il popolo ne parla nei termini di un giudizio. Così, nelle prima pagine del libro del profeta Isaia si afferma: «Il Signore si erge per accusare, egli si presenta per giudicare il suo popolo» (Is 3,13). Una visione che altrove nella Bibbia si allarga a tutte le nazioni: «[Il Signore] viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli» (Sal 96,13) Ed è ben noto che l’evangelista Giovanni costruisce la sua narrazione della vicenda di Gesù sullo schema di un giudizio, che all’apparenza vede Gesù come l’imputato, ma di fatto svela questi come il vero giudice e questo mondo come il colpevole. Di fronte a una cultura che pensa di poter sottrarre ogni comportamento a una valutazione, affidandosi alla illusoria scorciatoia dell’«ognuno faccia ciò che gli piace, perché ognuno è metro a se stesso», dobbiamo invece riconoscere che nella vita siamo di momento in momento attori di un giudizio, richiamati a confrontare ogni parola e ogni azione con dei riferimenti ineludibili, che ci pongono il problema della verità e della nostra posizione nel mondo.

         In gioco, nel comandamento, non è dunque semplicemente il non dire bugie, ma il fatto che tradire la verità è tradire noi stessi nel rapporto con Dio, con gli uomini, con il mondo attorno a noi. Si capisce di qui la stretta correlazione che c’è tra il rispetto della verità e la possibilità di costruire una città secondo giustizia e fraternità. Il “prossimo”, di cui parla il comandamento, non è un individuo senza volto, un elemento di una massa, ma quella persona che la comune origine dall’unico Padre mi fa riconoscere come fratello. La verità che il comandamento invita a proclamare non è semplicemente un’affermazione oggettiva, che esprime una corretta corrispondenza con la realtà. Ciò è senz’altro presupposto, ma essa è ben di più: è una verità esistenziale più che intellettuale, è il contrario della menzogna più che dell’errore, perché è la verità in quanto tocca la vita del fratello e ne garantisce dignità e giustizia.

         Ma la dimensione testimoniale dell’affermazione della verità dice anche altro. Dice che non ci può essere verità se non nel coinvolgimento in essa della nostra stessa persona. Non si dice la verità come qualcosa che non ci riguarda. La forza dell’affermazione della verità è strettamente legata al fatto che prima noi stessi ne abbiamo fatto esperienza e, grazie a questo, ne possiamo fare testimonianza e siamo pronti a sostenerne il peso.

         Questo ha una rilevanza particolare nel caso della verità della fede, la cui comunicazione è strettamente legata al fatto che l’annunciatore possa mostrare che essa ha già plasmato di sé la sua vita ed è pronto a spenderla per essa. Lo ha spiegato Benedetto XVI in una splendida meditazione all’ultima Assemblea del Sinodo dei Vescovi, in cui ha sottolineato come nel linguaggio cristiano non si parli propriamente di “professare di fede”, come dovrebbe dirsi nel latino classico, bensì di “confessare la fede”. Questo perché la testimonianza è imprescindibile dall’annuncio, una testimonianza che non può evitare anche la dimensione del martirio, il «testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte». Confessare la verità suppone un totale coinvolgimento con essa, in quanto in essa si riconosce «una realtà per la quale vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che “porto” la mia vita perché trovo la vita in questa confessione» (Benedetto XVI, Meditazione alla prima congregazione generale della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Roma 8 ottobre 2012).

         E con ciò siamo ricondotti a uno degli interrogativi più tragici di questo nostro tempo: la nostra posizione riguardo alla verità, da non pochi ahimè negata in radice, e sostituita dalla volatilità delle opinioni, e ancora da non pochi negata di fatto, in un agire contraddittorio ispirato solo da istinti e passioni. Al vuoto delle opinioni e delle brame non si può però opporre una qualsiasi verità. La verità a cui affidare la vita non può essere una sterile idea e un’oppressiva ideologia. Abbiamo bisogno di una verità che illumini la mente e al tempo stesso riscaldi il cuore. Abbiamo bisogno di una presenza, di un volto, di una storia. La fede ci dice che questa verità è la persona stessa di Gesù, lui che è il Vangelo, la buona notizia della nostra vita.

         L’altro giorno ad Assisi Papa Francesco diceva ai giovani: «Qui ad Assisi, qui vicino alla Porziuncola, mi sembra di sentire la voce di san Francesco che ci ripete: “Vangelo, Vangelo!”. Lo dice anche a me, anzi, prima a me: Papa Francesco, sii servitore del Vangelo! Se io non riesco ad essere un servitore del Vangelo, la mia vita non vale niente! Ma il Vangelo, cari amici, non riguarda solo la religione, riguarda l’uomo, tutto l’uomo, riguarda il mondo, la società, la civiltà umana. Il Vangelo è il messaggio di salvezza di Dio per l’umanità» (Papa Francesco, Discorso all’incontro con i giovani dell’Umbria, Assisi - Santa Maria degli Angeli 4 ottobre 2013). Ogni falsità è tradimento di Gesù e del suo Vangelo. Ogni verità ha radice e pienezza nel Vangelo di Gesù, nel Vangelo che è Gesù. In lui contempliamo l’adempimento e il compimento del comandamento.  

Giuseppe card. Betori
Arcivescovo di Firenze